Non ho tempo per chiacchierare su Twitter!

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«Va bene per i politici! Al massimo per gli artisti e i vip dello spettacolo che devono comunicare rapidamente con milioni di fans…». Twitter resta ancora l’oggetto misterioso. Soprattutto per chi si occupa di business. «A che mi serve se non mi porta clienti?» ripetono in coro i più, relegando il social network fondato nel 2006 a mero strumento di chiacchiera fancazzista.

 

Abituati alla chiassosa e rutilante piazza di Facebook, al cospetto dell’uccellino a 140 caratteri ci si sente improvvisamente invisibili. Si comincia con l’uovo al posto della foto personale, con una biografia insipida come il biglietto da visita di un ingegnere, e si aspetta. Che succeda qualcosa. E non accade nulla.

 

Allora si comincia a seguire un po’ di altri profili: così, senza nessuna logica o strategia. Si incamerano decine di following, rimanendo delusi. Nessuno che ricambi il gesto (il desiderato “follow”), nemmeno per cortesia istituzionale.

 

Twitter non ha l’ambivalenza di Facebook, non gioca sul senso di appartenenza o sul sentimento di reciprocità. Twitter è veloce: è come sentirsi in bicicletta in autostrada mentre una selva di auto e moto sportive ti sfrecciano affianco, da destra e da sinistra.

 

È lì – a quel bivio dove molti si arrendono – che scatta un timido tentativo di emulare quelli “bravi”. Ci si inventa una biografia ironica, divertente, spesso pietosa, posticcia. Senza alcuna coerenza col personaggio che interpretiamo nella vita reale. E lì veniamo beccati (“sgamati” come si dice a Roma) ed estromessi una volta di più.

 

Perché Twitter mette a nudo le nostre debolezze “social”, i nostri limiti digitali? Perché costringe all’essenzialità, che non è una dote che si impara a scuola o sul lavoro. È una crescita personale, uno sguardo dentro se stessi che costringe ad arrivare al cuore del problema: «Ma io, cos’ho da dire al mondo di così sconvolgente?» «Perché la gente dovrebbe seguirmi, preferirmi, ritwittarmi e a volte anche rispondermi o menzionarmi??»

 

Perché ognuno di noi ha un proprio personal branding, ha una storia da raccontare, un retroscena da condividere. Perché alla gente non interessano tanto i massimi sistemi, le teorie economiche, i punti di Pil e di Spread. Di questo, già facciamo indigestione subendo i telegiornali della sera.

 

Il pubblico – che in certi casi si trasforma in potenziale cliente – ha bisogno di sapere (e capire) come noi abbiamo risolto quel problema, superato quella sfida, incassato e oltrepassato quel dolore. Ha sete di apripista coraggiosi, che in qualche ambito abbiano avuto l’ardire di tracciare una strada percorribile, sostenibile. Memorabile.

 

Twitter è funzionale a tutto questo perché ha l’immediatezza di un sms. Ci arriva sullo smartphone e ci regala una rassegna di esempi quotidiani a cui ispirarci. Seguiremo chi ci fornisce link interessanti, su argomenti appassionanti. Chi commenta in modo equilibrato, chi ci informa in diretta dall’evento, chi ci mostra immagini in tempo reale.

 

Per le piccole e medie imprese italiane però, Twitter resta un oggetto misterioso. Perché gli uomini di marketing (e i miei colleghi degli uffici stampa 1.0) soffrono ancora di compulsione da parola scritta. Comunicati lunghissimi, presentazioni sfiancanti, brochure labirintiche: ecco gli strumenti che comunicano! E vendono! Ma… siamo così sicuri..??

 

In realtà, su Twitter le imprese hanno bisogno di compiere sinteticamente queste tipologie di azione:

  • Comunicare e Informare (verso l’esterno)
  • Informarsi e Ricercare (dall’esterno)
  • Ascolto dei mercati (analisi)
  • Promozione (eventi, prodotti, brand)
  • Customer care (gestione cliente e reclami)

 

Poi, su Twitter occorre ricercare la propria voce, uno stile che ci caratterizzi. Non fate promozione diretta (stile ufficio stampa): al vostro pubblico non piacerà. Nemmeno siate autoreferenziali. Piuttosto, date prova della vostra professionalità e competenza fornendo informazioni, notizie, link, contenuti. In una parola: “utilità”. Se poi riuscite a essere in parte creativi e ironici e in parte umani (do you know “passioni personali” “emozioni”..??) allora farete centro.

 

«Sì, va bè – starete dicendo – ma su Twitter cosa devo postare?» Non è così scientifico, ma ecco qualche indicazione di massima:

  • Cosa sto facendo (stile webcam)
  • Cosa sto pensando (opinione)
  • Progetti in corso (lanciati / chiusi)
  • Segnalazione link dalla Rete
  • Intrattenimento (umorismo)
  • Interrogativo (domande)
  • Multimediale (foto/video)

 

Ciò che più conta, per la mia esperienza di autore di Torino Storytelling (social magazine territoriale, integrato con Instagram e collegato a Facebook e Tumblr), sono due fattori.

 

Il primo è quello di dedicare diverso tempo a scandagliare Twitter come fosse un’enorme miniera di informazioni. I nostri interlocutori (e potenziali clienti) possono essere “osservati” monitorandone le conversazioni, i gusti, le scelte in fatto di temi, argomenti, eventi. Il profilo (e la lista di following) ci parla delle loro esigenze, ci indica scelte fatte e desideri da esaudire.

 

Il secondo e ultimo aspetto riguarda la comunicazione di qualcosa che va al di là dei vostri prodotti e servizi. Il pubblico vuole sapere quali obiettivi vi siete posti e quali sono i valori che esercitate come punti di forza. Siate originali e date un vostro giudizio sul settore di mercato a cui appartenete. Senza farvi nemici, ma aiutando le persone a capire meglio certe dinamiche.

 

In chiusura, condividete anche qualche aspetto del vostro “dietro le quinte”. I followers adorano i retroscena, e continueranno a seguirvi per scoprire come andrà a finire il vostro… storytelling!

 

(Copyright: ScritturaVincente, 2013)

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Giornalista, storyteller e copywriter. Ha ideato il metodo - "Scrittura Vincente!" - per narrare e promuovere i brand in maniera innovativa.

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