Seduti al bar da Pietro… a parlare di Infomarketing.

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Prima dell’estate ho rimesso in sesto la mia bici. C’erano le ruote da gonfiare, i freni da sistemare e un problemino al cambio delle marce.

Un quarto d’ora all’officina di Patrick ed ero pronto a riprendere quella vecchia e sana abitudine dalla passeggiata serale sul lungo mare del mio paese.

Passeggiare in bicicletta è una cosa meravigliosa.

 

Credo che lo sia ancora di più oggi, che per via dei vari “piano traffico” cittadini ciascuno – in automobile – sta perdendo il ricordo della propria città.

Io, per esempio, avevo dimenticato quelle piccole sensazioni che provavo da ragazzino per via Sementini, una via stretta, antica, con le lenzuola appese su un filo di ferro che unisce da tempo immemore i balconi dirimpettai.

 

E poi i suoni ovattati di vecchie signore che fanno i mestieri, l’odore di ragù che si propaga nell’aria, i colori di case in tufo che creano la suggestione di un luogo storico… Che magia!

 

È bello andare in bici per le strade chiuse al traffico.

L’estate scorsa sono uscito quasi tutte le sere, prima del tramonto. Ho percorso le solite strade, attraversando il paese dal quartiere Sant’Angelo fino alla zona mare. Qui, poi, ho ritrovato vecchi amici. Anche loro alle prese con un po’ di attività fisica da farsi per via dell’età.

Sai, quelle volte in cui ti ritrovi davanti il compagno di banco del liceo… e ci si guarda, come se l’altro avesse subito una metamorfosi innaturale, e solo gli occhi ti permettono di scorgere qualcosa di familiare.

 

Gli anni passano: qualcuno mette su chili, qualcun altro mette giù i capelli, ma poi alla fine ti accorgi che le persone non cambiano mai veramente. Giuliano è sempre Giuliano, così come Antonio è sempre Antonio. E se sai quali corde toccare in una conversazione, riesci a tirare fuori la parte più autentica e genuina di chi ti sta di fronte.

Sul lungomare del mio paese, l’estate scorsa, ho chiacchierato con tante persone, vecchi amici, compagni di scuola, colleghi di qualche attività stagionale che ho svolto durante l’università per racimolare soldi.

E sai qual era la domanda più scontata che mi facevano tutti?

 

Di cosa ti occupi, oggi, Carlo?

 

Non mi è mai piaciuto rispondere alle domande di circostanza, tipo quella – “come stai?” – come se la mia salute fosse veramente una questione di interesse collettivo.

Diciamoci la verità, se ti dico che sto male o che sono depresso, non solo non te ne frega nulla, ma ti metto profondamente a disagio, perché non sai come affrontare questa improbabile risposta.

Non che io stia male, sia chiaro. Anzi, io sto benissimo. Ed è la mia risposta ufficiale, se mi viene fatta la domanda di rito. Ma era per dire che non amo le domande inutili e finte.

 

“Di cosa ti occupi?” – o la variante “che cosa fai nella vita?” – è una delle peggiori domande di circostanza, perché riflette una malattia epidemica, di cui anche io ho sofferto in passato: la descrizione del lavoro come descrizione di sé.

Ma c’è da dire anche che le domande sono come le chiavi segrete di un castello: aprono porte inimmaginabili. E fra un po’ lo vedremo.

 

Intanto, precisiamo che i miei interlocutori, sul lungomare del mio paese, l’estate scorsa, erano un insegnante, un assistente sociale, un barista, un commerciante abusivo di scarpe e un maresciallo della finanza.

Sai che cosa significa? Significa conformismo allo stato puro. Significa “visione del mondo” pari a quella del catechista di Don Riccardo, il prete della mia fanciullezza.

 

Come avrei dovuto spiegare a quelle persone ciò di cui mi occupo?

Avrei fatto prima a dire che sono uno spacciatore. Magari poteva funzionare. Avrei chiuso la conversazione con una risposta che appariva come una battuta.

Eppure, non sono stato così scaltro. Ahimè! Così ho risposto: “sono un infomarketer!

E qui lascio a te la libertà di immaginare quale tipo di espressione si è stampato sui volti dei miei interlocutori.

“Info che?”

Vendo informazioni su internet”, ho precisato.

A quel punto, nella mente dei miei amici sarà scattato qualche strano meccanismo associativo sinaptico, perché ciascuno di loro si è lanciato in una indicibile interpretazione del mio lavoro.

Per uno di loro vendevo giornali con un sito internet, per un altro vendevo chat erotiche a pagamento, per un altro ancora gestivo un’agenzia investigativa.

Per un po’ mi sono divertito. Davvero. Poi, però, ho dovuto fermarli, quantomeno per impedirgli di mettere in giro voci strane su di me.

 

E così, poco per volta, sera dopo sera, sono riuscito a far capire qualcosa del mio lavoro. Ma più capivano, più domandavano. Più li portavo dentro il mio mondo, più si rendevano conto di quanto diverso fosse dal loro.

La sera mi aspettavano al solito posto. “Siamo pronti per la lezione”, dicevano.

Erano curiosi, attenti, indagatori. Le espressioni strane del primo giorno avevano ceduto il posto a quel piglio tipico di chi non vede l’ora di sapere come va a finire.

Come quella volta che dovetti spiegare perché l’informazione è il prodotto più conveniente e sicuro da vendere online… e cosa fosse l’infopreneur.

 

Ancora oggi, il sabato pomeriggio, mi aspettano da Pietro, al bar alla rotonda, per parlare di queste cose. Prendiamo un caffè al banco. Poi Antonio prepara la panchina fuori con le sedie intorno. Mi fanno posto al centro. Mi siedo. E mentre accendo la mia sigaretta, penso a come introdurre l’argomento della giornata. E poi giù fino all’imbrunire.

 

Amo il mio lavoro e amo parlarne. Spero che questa rubrica possa essere come al bar di Pietro. Perché se fosse, prenderei la mia bici, e una volta al mese mi precipiterei qui, sedendomi con voi a parlare di infomarketing.

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