Kinabuti, storia di un’impresa a Lagos

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Due amiche friulane hanno dato vita a un’idea di business nuova, e così è nato Kinabuti, una casa di moda etica che vive in Nigeria. Le due amiche hanno lasciato Spilimbergo, in Friuli, per aprire a Lagos Kinabuti. Questa l’idea di Caterina Bortolussi e Francesca Rosset, due trentenni che dal 2011 vivono in Nigeria.

In questo progetto le due amiche hanno investito i loro risparmi, centomila euro, comprando le prime macchine da cucire e un generatore diesel. Si sono messe poi a disegnare, tagliare, insegnare serigrafia e arte della cinematografia, assumendo tantissimi giovani. Il fatturato dell’azienda, pian piano, è cresciuto. Nel 2015 la Nigeria è entrata in una recessione mai vista prima, e la crisi è stata molto pesante.

“Il fatturato totale del fashion quell’anno è stato bassissimo, solo 177 mila euro”, racconta Caterina, che per seguire il suo sogno ha lasciato un buon lavoro nella City di Londra. La voce di spesa maggiore era quella degli stipendi, poi c’era il costo del diesel e delle manutenzioni del generatore. In Nigeria infatti il costo della vita è altissimo, sia perché la fornitura dell’elettricità è discontinua, sia per la bassa produttività di forza lavoro e la mancanza di infrastrutture.

“Siamo state sul punto di chiudere. Per salvarci abbiamo bloccato la produzione per lavorare in outsourcing, commissionando il lavoro a micro imprese di artigiani formati da noi. A parte i costi ridotti, gli artigiani hanno iniziato a responsabilizzarsi e a produrre di più”, continua Caterina. Così, delle trenta persone che lavoravano direttamente per Kinabuti, ne sono rimaste tre: Caterina, Francesca e un collaboratore. Tutti gli altri, oggi, lavorano da fuori. C’è Elizabeth con un piccolo atelier, Valentine che si occupa di sponsor e marketing, Marcello che coordina il tv show di Kinabuti, Anna, che gestisce l’impresa, e Valentino, che si occupa dei social media. “Lavoriamo anche con due ONG e due comunità-ghetto, i ragazzi di Orile e quelli di Oshogbo che realizzano magliette e le tingono con i metodi del batik e tie-dye”.

Il marchio delle due donne ha però anche un valore etico-sociale: celebra le donne che amano vestirsi in maniera eclettica ed innovativa, dando loro supporto psicologico e sociale. Lo scopo del brand infatti è di creare sviluppo economico in modo sostenibile ed etico. Ad esempio, nel 2012 il Kinabuti Lab ha selezionato alcune ragazze per dar loro una formazione che le rendesse adeguate a diventare modelle professioniste. Molte di queste ragazze sono diventate punti di riferimento per le loro comunità, hanno ricevuto borse di studio, insomma hanno dato una svolta alla loro vita. Recentemente Kinabuti ha presentato la sua nuova collezione al consolato italiano a Lagos, un evento di successo a cui hanno partecipato personaggi importanti.

Ma come è nato il nome della casa di moda? “Kinabuti” è come Caterina Bortolussi pronunciava il suo nome quando era bambina. Caterina, laureata in Economia all’Università di Udine, prima di diventare stilista lavorava a Londra ma non amava il suo lavoro. Ma la Nigeria la chiamava: “Mi resi conto subito della vitalità e creatività di questo paese e di quanto poteva offrirmi. I colori, la felicità della gente, la fede in Dio e nell’uomo, il vivere il presente: l’Africa è un continente speciale e la Nigeria è decisamente il paese più interessante e intenso. Ho capito che qui potevo, e dovevo, realizzare il mio sogno”.

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Valeria Martalò

Blogger e Web Writer. Racconta, su Quintuplica, le storie vere di chi ha cambiato vita, grazie a una nuova professione o avviando un'attività.

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